top of page

RABBIA, PAURA, SILENZIO: COME NASCONO I COMPORTAMENTI VIOLENTI

  • Davide Perego | Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche
  • 27 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

La violenza non arriva all’improvviso.

Molto spesso nasce da bambini, in silenzio, dentro emozioni che non hanno trovato spazio, ascolto o parole.

 

Per questo gattostizzito pensa che educare alla nonviolenza significhi prima di tutto educare alle emozioni, soprattutto quelle più difficili da gestire.

In questo articolo vedremo insieme come rabbia, paura e silenzio influiscono nel lasciare spazio negli individui a pensieri violenti, che se non gestiti possono trasformarsi in azioni.La rabbia: quando nessuno ti ha insegnato ad ascoltarla

La rabbia è un’emozione naturale, come la gioia o la tristezza, è importante non reprimerla pensando che vada nascosta o negata.

 

Lo psicologo Paul Ekman, uno dei maggiori studiosi delle emozioni, spiega che la rabbia nasce spesso da una percezione di ingiustizia o frustrazione. È un segnale, non un difetto. Ma se quel segnale viene ignorato o ridicolizzato, può trasformarsi in aggressività.

 

Molti bambini imparano presto che arrabbiarsi è sbagliato. Così smettono di parlarne. Ma la rabbia non sparisce: si accumula e prima o poi trova un’uscita.

La paura: il vero volto nascosto della violenza

Lo psicologo Donald Winnicott spiegava che quando una persona non si sente emotivamente al sicuro, costruisce difese. A volte queste difese diventano dure, aggressive.

 

Un esperimento famoso lo dimostra bene: lo “Stanford Prison Experiment” di Philip Zimbardo. Persone comuni, messe in un contesto carico di tensione, paura e potere, iniziarono rapidamente a comportarsi in modo violento. Non perché fossero “cattive”, ma perché immerse in un ambiente che disumanizzava.

 

Zimbardo in merito al suo esperimento disse: “Il problema non sono le persone, ma i contesti.

Il silenzio: quando le emozioni restano senza parole

Molti gesti violenti nascono dove manca il linguaggio emotivo.

Quando non sappiamo dire cosa proviamo, il corpo parla al posto nostro.

 

Lo psicologo Daniel Siegel parla di integrazione emotiva: la capacità di collegare emozioni, pensieri e parole. Senza questa integrazione, le emozioni diventano confusione, impulsi, reazioni improvvise.

 

Un altro esperimento importante, quello di Albert Bandura sulla “Bobo Doll”, ha mostrato che i bambini imparano la violenza osservandola. Se nessuno spiega, se nessuno nomina le emozioni, il silenzio diventa un insegnamento potente.

 

La violenza si impara. E quindi si può disimparare.

 

Il medico e ricercatore Bessel van der Kolk, che ha studiato a lungo il trauma, spiega che esperienze di umiliazione, stress o abbandono possono lasciare tracce profonde nel corpo e nella mente. Ma anche che nuove esperienze di sicurezza e ascolto possono cambiare queste risposte.

 

Educare alla nonviolenza significa offrire alternative reali:

- spazi dove le emozioni sono legittime,

- adulti che ascoltano invece di giudicare,

- esempi quotidiani di conflitto gestito senza ferire.

 

Per questo gattostizzito continua a educare le nuove generazioni alla nonviolenza, con parole, immagini, storie e gesti quotidiani.

Continua a ricordarci che la violenza non è un destino, ma una risposta appresa.

E che possiamo imparare risposte diverse.

 

Perché rabbia, paura e silenzio non vanno eliminati.

Vanno accolti, ascoltati, trasformati.

 

È così che nasce la nonviolenza.

Un’emozione alla volta.

Una parola alla volta.

Un bambino alla volta.

 

Davide Perego

Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche

 
 
 

Commenti


Non puoi più commentare questo post. Contatta il proprietario del sito per avere più informazioni.
bottom of page