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Obbedire o pensare? L’esperimento di Milgram e il lato oscuro dell’autorità

  • Davide Perego | Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche
  • 12 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Negli anni Sessanta, in una stanza dell’Università di Yale, persone comuni si trovarono a compiere gesti che non avrebbero mai pensato possibili. Non erano criminali, né persone violente. Erano cittadini qualunque. Eppure, sotto la guida di un’autorità riconosciuta, arrivarono a infliggere dolore a un altro essere umano.

Quello che accadde in quella stanza è passato alla storia come l’esperimento di Stanley Milgram, uno degli studi più inquietanti e discussi della psicologia moderna.

 

L’idea di questo esperimento nacque allo psicologo dopo aver assistito a uno dei più celebri processi a un criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, che durante le udienze, trasmesse in televisione, disse di aver solamente eseguito degli ordini.

 

Milgram voleva rispondere a una domanda semplice e terribile allo stesso tempo:

“quanto siamo disposti a obbedire a un’autorità, anche quando ciò entra in conflitto con la nostra coscienza?”

 

Ai partecipanti veniva chiesto di somministrare scosse elettriche a un’altra persona (in realtà un attore), ogni volta che questa sbagliava una risposta. Le scosse aumentavano progressivamente di intensità. Le urla, le suppliche, il silenzio finale della vittima sembravano reali.

 

Molti partecipanti esitavano, mostravano disagio, sudavano, tremavano. Ma quando l’autorità – lo sperimentatore in camice – diceva frasi come “l’esperimento richiede che lei continui”, la maggior parte proseguiva.

 

Il risultato sconvolse il mondo scientifico: circa il 65% delle persone arrivò a somministrare la scossa massima, pur credendo di stare causando gravi danni.

 

La lezione più inquietante dell’esperimento di Milgram è che dai dati raccolti, la violenza non nasce solo da individui aggressivi, ma può emergere da persone normali inserite in un contesto che legittima l’obbedienza.

 

Quando deleghiamo la responsabilità a un’autorità come un capo, un adulto, un’istituzione smettiamo di sentirci pienamente responsabili delle nostre azioni. È un meccanismo psicologico potente, che Milgram chiamò stato eteronomo: non sono più io a decidere, sto solo eseguendo ordini.

Potremmo pensare che questi esperimenti appartengano al passato o a situazioni estreme. Ma la realtà è che dinamiche simili agiscono ogni giorno:

 

quando giustifichiamo comportamenti violenti perché “lo fanno tutti”

quando accettiamo umiliazioni o le infliggiamo perché “è la regola”

quando un gruppo prende decisioni che singolarmente non avremmo mai preso

 

Questo esperimento ci aiuta a comprendere che la violenza spesso non nasce da un’esplosione improvvisa, ma da una rinuncia al pensiero critico.

 

Uno degli insegnamenti più importanti dell’esperimento di Milgram riguarda l’educazione. Se cresciamo bambini e ragazzi insegnando loro solo a obbedire, senza sviluppare il senso critico, il riconoscimento delle emozioni e la responsabilità personale, li rendiamo più vulnerabili a dinamiche di violenza.

 

Educare alla nonviolenza, come da anni gattostizzito si impegna a fare, significa anche insegnare a fermarsi, a fare domande, a dire “no” quando qualcosa non è giusto.

 

Milgram non voleva dimostrare che l’essere umano è crudele. Voleva mostrarci quanto siamo influenzabili e quanto sia importante creare contesti che favoriscano l’empatia, la consapevolezza e il dialogo.

 

La nonviolenza non è istinto, è scelta consapevole. È il coraggio di pensare.

 

Ed è proprio da qui che nasce il lavoro di gattostizzito: seminare domande, coltivare rispetto, educare persone capaci di scegliere, non solo di eseguire.

 

Perché il vero antidoto alla violenza non è il controllo, ma la responsabilità condivisa.

 

Davide Perego

Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche

 
 
 

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