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Maschi, forza e fragilità: ripensare i modelli che alimentano la violenza

  • Davide Perego | Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

“Un uomo non piange.”

“Devi essere forte.”

“Non fare il debole.”


Quante volte queste frasi vengono dette ai giovanissimi, spesso senza pensarci? E quante volte, proprio da lì, inizia a costruirsi un’idea di maschilità che lascia poco spazio alle emozioni…


gattostizzito parte da una domanda semplice ma necessaria: “che cosa stiamo insegnando ai maschi quando parliamo di forza?”


Per molto tempo, il modello dominante di maschilità ha associato la forza al controllo, alla durezza, alla capacità di non mostrare fragilità.

In questo schema che facciamo apprendere ai ragazzi, emozioni come paura, tristezza o insicurezza vengono viste come segnali di debolezza.

Ma le emozioni non spariscono solo perché le ignoriamo.

Restano. E trovano altre strade.


Quando un bambino impara che non può piangere, che non può dire “ho paura” o “sto male”, spesso l’unica emozione primaria che riconosce è la rabbia. E la rabbia, se non riconosciuta, può trasformarsi in aggressività.


Quando la fragilità è negata, si apprende la violenza.

Dietro molti comportamenti violenti non c’è forza, ma fragilità non riconosciuta.


Non è un caso che molti modelli educativi abbiano trasmesso, anche inconsapevolmente, l’idea che per essere rispettati bisogna imporsi. Che per non essere feriti bisogna attaccare. Che la vulnerabilità sia qualcosa da nascondere.


Questi modelli non nascono dal nulla: sono culturali, radicati, tramandati nel tempo. Ma proprio perché appresi, possono essere messi in discussione.


Ripensare la maschilità è un lavoro educativo.

Ripensare i modelli maschili non significa togliere forza, ma ridefinirla.

Significa insegnare che:

- la forza è anche chiedere aiuto,

- il coraggio è riconoscere le proprie emozioni,

- il rispetto non si impone, si costruisce,

- la vulnerabilità non è un difetto, ma una parte essenziale dell’essere umano.


Educare i bambini maschi a questo tipo di consapevolezza significa offrire loro più possibilità, donando la libertà di approfondire ogni emozione.

Significa liberarli da un ruolo rigido che spesso diventa una gabbia.


I bambini osservano molto più di quanto ascoltino.

Se vedono adulti che gestiscono la rabbia urlando, impareranno che quella è la strada.

Se vedono adulti capaci di nominare le emozioni, di fermarsi, di chiedere scusa, impareranno che esistono alternative.


Per questo il cambiamento non riguarda solo i più giovani, ma anche chi li accompagna. Educare alla nonviolenza è un processo condiviso.


È importante dare spazio a una nuova idea di forza, non insegnando ai giovanissimi a essere meno forti, ma insegnando loro che la forza può assumere forme differenti.


Può essere gentilezza.

Può essere ascolto.

Può essere capacità di vivere le proprie emozioni senza averne paura.


Quando ampliamo l’idea di cosa significa “essere maschi”, riduciamo anche lo spazio in cui la violenza può crescere.

Ripensare i modelli non è semplice. Richiede tempo, attenzione, coerenza. Ma è un passaggio fondamentale se vogliamo costruire relazioni più sane e rispettose.


gattostizzito continua a farlo ogni giorno: educando alla nonviolenza, offrendo strumenti emotivi e aprendo spazi di riflessione.


Perché dietro ogni bambino a cui viene detto “non piangere” c’è un adulto che può scegliere di dire qualcosa di diverso.


E da quella scelta può iniziare un cambiamento.

 

Davide Perego

Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche

 
 
 

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