Il cambiamento tra spinta all’azione e coazione a ripetere
- Davide Perego | Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche
- 5 ore fa
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Cambiare è uno dei verbi più usati quando parliamo di crescita personale, educazione e relazioni. La maggior parte di noi, prima o poi, desidera cambiare qualcosa: un comportamento, una reazione emotiva, un modo di stare con gli altri. Eppure il cambiamento, anche quando lo vogliamo davvero, potrebbe non essere così semplice e naturale.
Dentro ogni processo di trasformazione convivono due forze opposte: la spinta all’azione, che ci porta a immaginare nuove possibilità, e la coazione a ripetere, quella tendenza profonda che ci fa tornare sempre agli stessi schemi.
Comprendere questo equilibrio è fondamentale per capire perché a volte “crescere” richieda più tempo, pazienza e consapevolezza di quanto immaginiamo.
La spinta all’azione nasce spesso da un momento di consapevolezza. Può essere una difficoltà relazionale, un conflitto, un errore o semplicemente la sensazione che qualcosa non funzioni più come prima.
In psicologia si parla spesso di motivazione al cambiamento: quella energia interna che ci permette di immaginare una strada diversa. Quando questa motivazione emerge, la persona inizia a muoversi in una nuova direzione: riflettendo, mettendo in discussione le proprie abitudini, cercando nuove modalità di risposta.
Il cambiamento, però, non è mai lineare. Anche quando siamo motivati, esiste una forza che ci riporta verso ciò che già conosciamo.
Il termine “coazione a ripetere” è stato introdotto da Sigmund Freud per descrivere la tendenza delle persone a riproporre nel tempo gli stessi modelli di comportamento, anche quando questi generano sofferenza.
Non si tratta di una scelta consapevole. Piuttosto, è il risultato di esperienze emotive profonde che hanno costruito nel tempo delle modalità automatiche di risposta. Il nostro cervello, infatti, tende a privilegiare ciò che è familiare, anche quando non è la soluzione migliore.
La ripetizione, in fondo, è un tentativo della mente di dare senso a ciò che non è stato completamente elaborato.
Per uscire dalla ripetizione non basta la forza di volontà. Serve consapevolezza emotiva, ma anche un contesto che permetta di sperimentare nuove modalità di relazione.
Quando una persona si sente compresa e non giudicata, diventa più facile interrompere i meccanismi automatici e costruire risposte diverse.
Molti schemi emotivi si formano durante l’infanzia e l’adolescenza. Per questo parlare di emozioni, conflitto e gestione della rabbia con i più giovani è fondamentale.
Insegnare ai bambini che le emozioni non sono un problema, ma qualcosa da riconoscere e comprendere, permette loro di sviluppare strumenti che li accompagneranno per tutta la vita. Significa offrire alternative alla reazione impulsiva, creando spazi di dialogo e di consapevolezza.
È proprio in questa direzione che si muove gattostizzito, progetto sociale che da anni lavora per diffondere tra bambini e ragazzi una cultura della nonviolenza e dell’educazione emotiva.
Attraverso attività, contenuti e iniziative educative, il progetto promuove un approccio basato sull’ascolto, sul rispetto e sulla possibilità di trasformare emozioni difficili, come rabbia e frustrazione, in occasioni di crescita.
L’obiettivo non è negare le emozioni, ma offrire strumenti per comprenderle e gestirle, interrompendo quei meccanismi automatici che spesso portano alla ripetizione di comportamenti aggressivi o distruttivi.
Il cambiamento non avviene in un istante.
Tra la spinta ad agire e la tendenza a ripetere si gioca gran parte della nostra crescita personale. Quando impariamo a riconoscere questi due movimenti interiori, diventiamo più liberi di scegliere come rispondere alle situazioni della vita, consapevoli di essere nella maggior parte dei casi artefici del nostro destino.
Davide Perego
Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche



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